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Alla scoperta del reef del relitto della piattaforma "Paguro": è riconosciuta in tutto il mondo come area naturale unica.
RAVENNA - Recatevi in un qualunque porto del pianeta, dite che siete salpati da Ravenna e la prima cosa che vi risponderanno sarà: “Allora conoscete il relitto Paguro”. Abituati a considerare l’Adriatico un mare di serie B, in virtù del suo colore verdastro, distante anni luce dalle immagini da cartolina della Costa Smeralda, si rimane sbalorditi a sapere che 12 miglia al largo di Cervia c’è un sito naturalistico subacqueo di indubbio valore, definito mercoledì scorso Sito di interesse comunitario, classificato in regione come Zona di riserva integrale, la prima in Italia. Non c’è da stupirsi quindi se Susi Bladi, in viaggio per i mari del mondo col programma “Velisti per caso”, attraccando nei vari porti del pianeta si sentiva dire: “Siete salpati da Ravenna? Allora conoscete il relitto Paguro”.
E’ uno dei tanti aneddoti sul reef al largo delle coste romagnole, raccontatoci da Giovanni Fucci, presidente dell’associazione “Paguro”.
LA STORIA
La piattaforma Paguro fu varata nel 1963 a Porto Corsini. Era progettata per raggiungere un giacimento a 2900metri di profondità. Nel 1965, durante la fase di scavo, la trivella intercettò un secondo giacimento contenente gas a pressione elevatissima. Nonostante le misure di sicurezza, le pareti del pozzo cedettero, sprigionando un’eruzione incontrollabile. L’esplosione avvenne il 28 settembre 1965, un giorno dopo la piattaforma collassò, inabissandosi. Morirono tre tecnici Agip in quell’evento: Pietro Peri, Arturo Biagini e Bernardo Gervasoni.
Il pulviscolo di acqua e gas – si legge nel sito dell’associazione – raggiunse i 30 metri di altezza, bruciando per circa 3 mesi, fino a quando l’Agip non riuscì a cementificare il pozzo.
IL RELITTO
I resti della piattaforma furono dissequestrati nel 1968 e fino agli anni ’90 l’area fu autogestita dai vari circoli di subacquei. In tutto questo tempo il reperto è stato colonizzato da migliaia di pesci e piante marine di svariate specie, alcune rarissime nelle acque dell’Adriatico. Al fine di regolamentare le immersioni e salvaguardare la zona di tutela biologica, nel 1995 è stata fondata a Ravenna l’associazione “Paguro”.
“Sulle pareti del relitto si formarono colonie di mitili e quindi giunsero i pesci che di cozze si nutrivano – ci spiega Gianni Babini direttore didattico Scuola sub Ravenna – Miriadi di pesci si insediarono nell’area dando vita ad una riserva assolutamente unica in Adriatico”. “Corvine, Astici, Aragoste, Orate, Saraghi, Gronchi e Boghe – sottolinea Babini – Nel reef c’è tutta la catena alimentare”. “Si dice che per vedere lo stesso quantitativo di pesci nel Tirreno, bisogna immergersi 10 volte – chiosa entusiasta – Quando ci immergiamo portiamo spesso cibo per sfamare i pesci, c’è un gronco che ci riconosce e ci viene sempre incontro: l’abbiamo chiamato Ugo, ci raggiunge, si fa grattare il dorso e ritorna tra i mille tubi della struttura.
“Abbiamo una media di 1800 persone che vengono fuori dalla regione per visitare il sito – ci spiega Giovanni Fuzzi, presidente dell’associazione – Vengono da Lombardia, Veneto, Germania e Svizzera. Una volta una donna australiana ci inviò una cartolina ringranziandoci per averle fatto scoprire un così bel posto, che mai avrebbe creduto di trovare in Italia”.
“Si tratta di un caso unico – spiega Mauro Pazzi presidente di Sub Delphinus – Le acque dei fiumi puliscono il mare dall’inquinamento e confluendo in quell’area hanno creato un’oasi naturalistica d’eccezione”.
Per chi volesse organizzare il prossimo viaggio nel Mar Rosso, al largo di Cervia si posso vivere le stesse emozioni facendo meno strada, anzi mare, godendosi il lusso di possedere davanti a casa, un così pregevole sito naturalistico.
fonte "Romagna per noi" Federico Tosi
da Hotel Milano Marittima
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